Tito Livio

Lo storico latino Tito Livio (Padova 59 a.C. – 17 d.C.) nacque a Padova (allora Patavium) nel 59 a.C. Di famiglia agiata, completò i suoi studi a Roma, dove conobbe e divenne amico di Augusto, tanto che questi lo scelse per occuparsi dell’educazione di suo nipote Claudio. Dopo una lunga esperienza romana, lo storico fece ritorno a Padova, dove morì nel 17 d.C.

La sua opera maggiore fu un racconto della storia di Roma, scritto in forma annalistica, dal titolo “Ab Urbe Condita Libri”, a cui lavorò per tutta la vita a partire dal 27-25 a.C. Di quest’opera, che narra le vicende della città dalla sua fondazione fino alla morte di Druso (9 a.C.), rimangono solo 35 dei 142 libri di cui si componeva. Questi erano divisi in gruppi di dieci, chiamati decadi. I libri giunti sino a noi sono i primi dieci (che riguardano gli anni dal 753 al 293 a.C.) e i libri 21-45 (che vanno dal 218 al 167 a.C.). Di quelli andati perduti ci restano solo frammenti e riassunti, detti Periochae.

C’è da dire che le notizie riportate nell’opera di Tito Livio non sono sempre attendibili storicamente, specie per quanto riguarda il racconto dei secoli più antichi. In effetti, quello che a lui interessava era costruire una storia che, includendo anche i racconti mitici e leggendari, sottolineasse quella che era la grandezza del popolo romano e la sua superiorità sugli altri, anche – e soprattutto – dal punto di vista morale e religioso. Questi erano per lui i valori più importanti, che ricordava quasi con nostalgia, considerandoli pressoché perduti nel corso dei secoli.

Il suo racconto, eseguito con uno stile estremamente fluido e armonioso – qualità che gli veniva riconosciuta anche da altri autori, come Quintiliano – era basato quasi solo su fonti letterarie e, dalla terza decade, sull’opera dello storico greco Polibio. Possiamo notare, infatti, come la narrazione si riempia sempre più di dettagli man mano che si avvicina all’epoca contemporanea.

L’opera di Tito Livio ottenne un grande e immediato successo, tanto da esser letta e commentata per secoli. Addirittura ispirò, nel 1500, i “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio” di Niccolò Machiavelli.