Poesia

Poetesse italiane del ‘500

Nel XVI secolo, in un panorama poetico composto prevalentemente da figure maschili, cominciarono a farsi strada molte autrici. Dopo pochi casi isolati nei secoli precedenti, infatti, verso la metà del XV secolo iniziarono ad aumentare le giovani donne che ricevevano una sufficiente educazione umanistica. Chiaramente queste donne appartenevano per lo più all’alta società: era infatti usuale tra le dinastie dominanti educare le ragazze secondo un alto standard, cosa che avrebbe nobilitato loro e le loro famiglie. Scendendo progressivamente nella scala sociale, invece, l’educazione femminile era sempre più rara, pur non mancando delle eccezioni.

In ogni caso, i motivi di questo tipo di formazione erano quasi sempre legati a questioni di prestigio e di convenzioni sociali, ed era insolito che una donna avesse ambizioni letterarie, anche perché avrebbe rischiato di essere malvista od osteggiata.

Ciononostante, nel ‘500 molte donne riuscirono ad avere una grande importanza all’interno del panorama poetico, grazie anche ad un tipo di società che in quel periodo si faceva più dinamica, alla stretta collaborazione che c’era tra la letteratura e l’industria tipografica e al nuovo ruolo che le donne andavano ricoprendo all’interno delle corti e degli ambienti letterari, il che rendeva la loro scrittura maggiormente degna di considerazione e di ammirazione.

Tra le più note poetesse di questi anni compaiono donne molto diverse tra loro, sia per estrazione sociale che per le attività svolte in vita: ci sono nobildonne come Vittoria Colonna e Veronica Gambara; figlie di artigiani di prestigio come Chiara Matraini o di commercianti come Gaspara Stampa; cortigiane come Tullia D’Aragona e Veronica Franco.

Tutte o quasi partecipavano a circoli e salotti letterari, avendo modo così di frequentare una vita mondana che le metteva in contatto con i più importanti intellettuali dell’epoca e contribuiva a stimolare la loro ispirazione.

Tutte loro componevano i propri versi seguendo quel modello petrarchesco che, nei primi decenni del secolo, era stato promosso da Pietro Bembo (“Prose della volgar lingua”, 1525) come il miglior punto di riferimento per quanto riguarda la produzione lirica.

Le loro rime sono per la maggior parte di argomento amoroso o spirituale e sono legate molto spesso alla biografia delle autrici, come avviene – per citarne alcune – nei casi di Vittoria Colonna, di Chiara Matraini o della giovane poetessa lucana Isabella di Morra.

Le opere di queste donne trovarono spazio per lo più all’interno di antologie – molto diffuse in quel periodo – al fianco di altri autori, mentre furono poche le autrici che ebbero la soddisfazione di vedere in vita la loro opera pubblicata a proprio nome.

Scuola poetica siciliana

La Scuola siciliana fu un movimento poetico sviluppatosi alla corte di Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero. Questi salì al trono nel 1220 e vi restò fino alla morte, avvenuta nel 1250.

La sua fu una “corte illuminata”: di stampo laico e frequentata dalle maggiori personalità dell’epoca, era fortemente impegnata sotto il profilo culturale. Attorno ad essa gravitavano anche molti poeti, come Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne, Guido delle Colonne e Rinaldo D’Aquino, tutti esponenti di spicco – insieme all’imperatore stesso – del nuovo movimento, che vide il fiorire della prima poesia italiana, scritta in volgare siciliano. 

Centrale della poetica dei siciliani è il tema dell’amore cortese, su modello – seppur rivisitato – della lirica provenzale.

Questo è sempre sviluppato seguendo delle convenzioni, a partire dalla descrizione della donna amata: essa infatti è sempre molto bella, elegante nell’aspetto e nei modi, il più delle volte irraggiungibile. Celebrarla coi propri versi nobilita l’animo del poeta, il cui amore è destinato a non concretizzarsi mai.

Come si evince, non v’è alcun intento autobiografico in queste rime, né i sentimenti che vengono professati sono reali o spontanei. I poeti siciliani seguono uno schema predefinito, i cui principali contenuti sono sempre gli stessi: totale devozione nei confronti della donna amata, continue lodi alla bellezza di lei, esaltazione dell’amore.

Lo stile della scrittura è naturalmente elevato e gli schemi metrici prevalenti sono la canzone e il sonetto (il metro forse più fortunato nella letteratura italiana, ideato proprio in questo contesto da Giacomo da Lentini).

Dopo un periodo di grande fortuna, l’esperienza della scuola siciliana iniziò a dissolversi con la morte di Federico II, terminando definitivamente con quella di suo figlio Manfredi nel 1266.