Isabella di Morra

Meno nota rispetto ad altre poetesse contemporanee, Isabella di Morra (Valsinni 1520 – 1546) nacque attorno al 1520 a Favale (odierna Valsinni, in provincia di Matera) e trascorse tutta la vita nel feudo di famiglia, sulle rive del fiume Sinni. Fu la terza degli otto figli del barone Giovan Michele Morra e della moglie Luisa Brancaccio.

Già nei primi anni di vita la giovane si avvicinò agli studi umanistici insieme al padre e al fratello Scipione, con i quali pare avesse un rapporto più stretto ed una maggiore affinità rispetto agli altri membri della famiglia, ma molto presto qualcosa cambiò. Nel 1528, quando il controllo del Sud Italia iniziava ad essere nelle mani degli spagnoli, Giovan Michele si mostrò apertamente favorevole ai francesi e, a causa anche di un contenzioso col principe di Salerno Ferrante Sanseverino, dovette andare in esilio prima a Roma e poi a Parigi, dove portò con sé il figlio Scipione.

Le accuse a suo carico caddero nel 1533 e per lui ci fu la possibilità di tornare a Favale, cosa che però scelse di non fare, preferendo le comodità e i privilegi della corte francese, dove restò per tutta la vita. Questa sua assenza segnò profondamente Isabella, allora poco più che una bambina, che ne soffrì immensamente, come ci raccontano molto bene i suoi testi.

Da quel momento in poi la sua vita si svolse tutta in un contesto di monotonia e solitudine. Quasi segregata nel castello di famiglia per volontà dei fratelli, trascorreva il suo tempo componendo versi, piangendo la triste condizione in cui si trovava e sperando di riuscire un giorno a cambiare il suo destino.

Non si hanno notizie su quanto lei fosse nota nel territorio circostante e quali fossero precisamente le sue conoscenze, l’unica corrispondenza di cui si ha assoluta certezza è quella con il poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, castellano della rocca di Cosenza, il quale si recava spesso nel vicino feudo di Bollita, dove viveva la moglie Antonia Caracciolo.

Tale corrispondenza, mediata dal precettore di Isabella, determinò nel 1546 l’uccisione di tutti e tre per mano di Fabio, Decio e Cesare Morra, fratelli della giovane, e di due loro zii.

Da questo breve racconto emerge un’esperienza di vita piuttosto anomala rispetto a quelle delle poetesse contemporanee. Lei infatti non fu in alcun modo stimolata e non ebbe mai nessuno dei riferimenti che erano stati invece importantissimi per le altre: non si sposò né ebbe mai avventure amorose, non viaggiò mai, non prese parte ad alcun salotto, le mancò ogni forma di vita sociale e soprattutto le mancò un riconoscimento dall’esterno a quelle che erano le sue qualità poetiche, cosa a cui lei – stando a quanto emerge dai componimenti – sembrava tenere molto.

L’ispirazione poetica di Isabella Morra era quindi tutta interna alla sua triste biografia: scriveva perché soffriva, nei sonetti e nelle canzoni usava la struttura, la metrica e i “topoi” petrarcheschi per raccontare la sua storia, una storia di dolore e di assoluta solitudine che rende il suo piccolo canzoniere diverso e straziante.

Di lei ci è giunto un corpus di appena tredici componimenti: dieci sonetti e tre canzoni in cui la giovane autrice racconta la propria storia, lamentando, per lo più, l’isolamento e l’infelicità che caratterizzano la sua esistenza.
Procedendo alla lettura di queste rime, si nota che il piccolo canzoniere che compongono è divisibile, dal punto di vista dei contenuti, in due parti: una prima che comprende nove sonetti e una canzone e una seconda composta soltanto da un sonetto e due canzoni.

La prima parte, molto più corposa dell’altra, è strettamente legata alla triste biografia della poetessa e affronta diversi temi ricorrenti, come la lontananza del padre, il rammarico per la sua condizione di solitudine e di incomprensione, la speranza di riuscire ad affermare il suo valore poetico. Tra tutte queste tematiche, tuttavia, è senza dubbio preponderante quella relativa all’ostilità della sorte nei confronti di Isabella, che sarà presente in quasi tutti i componimenti, a cominciare dal sonetto proemiale “I fieri assalti di crudel Fortuna”.

Qui, infatti, quello della Fortuna avversa è il tema centrale. Usando la prima persona singolare, cosa che fa in quasi tutti i componimenti e che ci proietta immediatamente nella sua sfera personale e autobiografica, la giovane piange il suo triste fato, quella Fortuna – definita qui e altrove “crudele” – che sembra regolare la sua esistenza e da cui si sente perseguitata. Nell’esprimere la sua comprensibile disperazione, inserisce in questo testo una serie di riferimenti a molte delle altre tematiche che avranno rilevanza all’interno del canzoniere.

Compare, ad esempio, il tema dell’odio che la poetessa arriva a provare nei confronti del piccolo paese di Favale, quelle “vili et orride contrade” in cui è costretta a vivere circondata solo da ignoranza e indifferenza e dove nessuno le riconosce il minimo valore. Più avanti nel canzoniere, Favale sarà definito anche “infelice lito”, “valle inferna” e “carcer duro”, tanto diventa aspro il suo risentimento.

A ben guardare, infatti, è proprio questo isolamento che la fa cadere nel più profondo sconforto: qui lei non può sperare di avere contatti con i grandi letterati dell’epoca, di vedere pubblicato qualche suo componimento, di realizzare i suoi sogni in alcun modo.

In effetti, sono anche i rapporti umani a restare fuori dall’esperienza di Isabella, le mancano amicizia, solidarietà, sostegno. Più volte lamenta di non aver mai ricevuto lodi o complimenti, ed è convinta che questo dipenda dal luogo in cui vive, dove nessuno la comprende né si interessa a lei.

Nel descrivere le brutture del suo piccolo borgo, infatti, l’autrice non manca di far riferimento anche a coloro che lo abitano, definiti “ignudi spirti di virtute e cassi” e successivamente “gente irrazional, priva d’ingegno”.

C’è poi da notare che i rapporti personali della giovane non sembrano essere migliori tra le mura domestiche: i fratelli, coloro che le impongono quella vita di prigionia e che saranno poi i suoi carnefici, sono uomini rozzi e violenti, mentre la madre appare – dai pochissimi riferimenti a una “cuna” (culla) vile e infelice e dalla sola esplicita menzione in cui la definisce “misera” – come una donna debole e incapace di offrire sostegno e conforto alla figlia, probabilmente essendo anche lei sopraffatta dall’arroganza degli uomini di casa. Lo stesso dicasi per la sorella minore Porzia, della cui esistenza abbiamo notizie solo nelle biografie di Isabella.

Come già accennato, nel sonetto proemiale rientrano quasi tutti i temi portanti della prima parte del canzoniere morriano, che si concentra soprattutto su quelle che sono le sventure della giovane poetessa: la Fortuna che la perseguita; la lontananza del padre; l’odio che inizia a provare per il piccolo paese in cui vive, dove non riceve comprensione né sostegno e da cui sente che non riuscirà mai ad evadere; il desiderio di acquisire una fama poetica; il pensiero della corte di Francia (dove si trova l’amato padre), l’unico che riesce a infonderle speranza.

Tutti questi argomenti occupano i sonetti I – IX e la canzone XI, mentre il sonetto X e le canzoni XII e XIII, identificabili con la seconda parte del canzoniere, hanno al centro un tema molto diverso, quello religioso, come se la poetessa si fosse ormai rassegnata all’impossibilità di cambiare radicalmente il corso della sua vita e avesse deciso di mettere tutta sé stessa e la sua esistenza nelle mani di Dio, di Cristo e della Vergine.

I testi di Isabella Morra iniziarono a circolare già negli anni ’50 del ‘500, pochi anni dopo la morte della giovane autrice, all’interno di importanti antologie dell’epoca, come “Rime di diversi signori napoletani” di L. Dolce (1552) e “Rime diverse di nobilissime et virtuosissime donne” di L. Domenichi (1559).

Videro però una prima vera edizione e degli studi specifici solo nel XX secolo, quando l’interesse nei confronti di Isabella Morra fu recuperato e messo a frutto, grazie soprattutto al lavoro di Benedetto Croce nel suo “Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro” del 1929.