Schizzo (arte)

Bianchi Mose Schizzo
Autore: Bianchi, Mosè (1840-1904)
Titolo: Schizzo [di figure]
Periodo: XIX secolo
Datazione: non datato (seconda metà del XIX secolo)
Classificazione: Disegno
Tecnica e materiali: Inchiostro di china su carta
Dimensioni (altezza x larghezza in centimetri): 23×17,5
Annotazioni: Iscrizione in basso a destra [figure]: di Mosè Bianchi / Carolina Ved. M. Bianchi
Luogo di conservazione: Collezione privata
Provenienza: Vendita, Sotheby’s, Milano, asta Dipinti & Sculture del XIX Secolo, 12 giugno 2007, lotto 196, venduto per 1.920,00€.

In Arte, uno schizzo rappresenta immagini rapide, tecnicamente indeterminate, costituite da pochi segni grafici più o meno chiaroscurati eseguiti dall’artista allo scopo di fissare un primo pensiero o concetto che la fantasia gli suggerisca. Corrisponde al nucleo primordiale dell’opera d’arte, al suo primo concepimento, ancora confuso e indefinito, ma estremamente libero.

Dal punto di vista teorico, è Paolo Pino il primo scrittore a fornire un’idea più compiuta
del ruolo dello schizzo nel processo dell’elaborazione artistica rinascimentale: nel suo Dialogo di Pittura (1548) egli ravvisa nello schizzo un componimento grafico già dotato di valore pittorico autonomo, in quanto esso comprende non solamente la «circuscrittione», cioè i contorni dell’immagine, ma anche il «darle chiari e scuri a tutte le cose, il qual modo voi l’addimandate schizzo». Qualche anno dopo Ludovico Dolce, ancor più chiaramente, scrive: «Voglio ancora avertire che, quando il pittore va tentando ne’ primi schizzi le fantasie che genera nella sua mente la istoria, non si dee contentar d’una sola, ma trovar più invenzioni e poi fare iscelta di quella che meglio riesce, considerando tutte le cose insieme e ciascuna separatamente; come soleva il medesimo Rafaello, il quale fu tanto ricco d’invenzione».

Altrettanto interessante e precisa si profila la definizione offerta dal Vasari:
Gli schizzi […] chiamiamo noi una prima sorte di disegni che si fanno per trovare il modo delle attitudini et il primo componimento dell’opra; e sono fatti in forma di una ma[c]chia e accennati solamente da noi in una sola bozza del tutto. E perché dal furor dello artefice sono in poco tempo con penna o con altro disegnatoio o carbone espressi solo per tentare l’animo di quel che gli sovviene, perciò si chiamano schizzi. Da questi dunque vengono poi rilevati in buona forma i disegni, nel far de’ quali, con tutta quella diligenza che si può, si cerca vedere dal vivo, se già l’artefice non si sentisse gagliardo in modo che da sé li potesse condurre”.

Il termine schizzare ricorre, all’interno di tutto il corpus dei manoscritti autografi leonardiani, in un’unica fugace occorrenza offerta dal codice madrileno «Libro di cavalli schizati pel cartone» (rinvenuto nelle liste del cod. di Madrid II). Non c’è traccia, poi, del sostantivo schizzo. Leonardo preferisce espressioni come «comporre grossamente» o «porre le figure digrossatamente» o, ancora, «bozzare».

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