Artemisia Gentileschi

Prima dei sette figli del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi e di Prudenzia Montone, Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli 1653) nacque a Roma l’8 luglio del 1593. Persa la madre a soli 12 anni, cominciò prestissimo ad interessarsi alla professione paterna, mostrando da subito di avere un grande talento. Il padre incoraggiò questa sua inclinazione e si occupò personalmente della sua formazione.

La sua collaborazione col padre si fece sempre più intensa e le sue doti artistiche si dimostrarono talmente elevate che, nel 1611, Orazio la affidò allo stimato collega Agostino Tassi perché le insegnasse la tecnica della prospettiva. Ma, in quello stesso anno, durante una visita in casa Gentileschi, il pittore approfittò dell’assenza del padre per violentare la giovane. Artemisia aveva appena 18 anni. In seguito a questo drammatico evento la famiglia richiese un processo, che ebbe luogo l’anno seguente e vide il Tassi uscirne con una piccola condanna, mentre Artemisia dovette sottoporsi a dolorosi e umilianti controlli medici per provare di esser stata vergine al momento dello stupro. Venne inoltre fatta testimoniare sotto tortura, applicando la dolorosissima pratica della sibilla, che consisteva nello stritolamento delle dita con delle corde fino a provocarne il sanguinamento.

Qualche tempo dopo fu data in sposa al pittore fiorentino Pierantonio Stiattesi, col quale si trasferì a Firenze. In seguito si allontanò dal marito e si spostò con le figlie in diverse città italiane (Genova, Roma, Venezia), dove ottenne molte commissioni, e per un breve periodo anche a Londra. Nel 1642 lasciò la città inglese e si trasferì a Napoli, dove morì nel 1653.

Tra le opere più note della pittrice, caratterizzate da un forte realismo e un sapiente utilizzo dei colori, ricordiamo Susanna e i vecchioni (1610), Giuditta che decapita Oloferne (1612) e diversi autoritratti.